14 Agosto - IeroGrafie

Da Il sogno di Mari; di Fabrizio De Andrè

Nel Grembo umido, scuro del tempio, l'ombra era fredda, gonfia d'incenso; l'angelo scese, come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera: poi, d'improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese - Conosci l'estate io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento. Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite dove all'ulivo si abbraccia la vite. Scendemmo là, dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde, e lui parlò come quando si prega, ed alla fine d'ogni preghiera contava una vertebra della mia schiena.


Da Postkarten; di Edoardo Sanguineti

I miei occhi sono bruciati dentro i tuoi occhi, dentro i tuoi pacchi: sono bruciati come ragni bruciati, come giornali, come giorni: i miei occhi di felci e di fieni e di fiati: che sono bruciati come mani bruciate, come vetri bruciati, come pipe: i miei occhi che sono bruciati come gli occhi che sono bocche: che cantano: e ti cantano questa canzonetta, in questo reparto speciale, al San Martino. Mi accorgo che ho sperato di rinascere: e che la forma giusta, invece, per me, era poi questa che mi porto addosso: la mia evoluzione si è arrestata a uno stadio di piedi sudaticci, di narici eccessive (e, in più, eccessivamente irritabili), di costole distorte come costolette troppo cotte, di forfore, di gibbosità varie: (il resto, se ci tieni, te lo aggiungi da sola, qui): sono arrivato a queste conclusioni in un locale che si chiama "Gobulíe cupolà,", perché si tiene le sue cupole blu, in effetti, in testa, e che è una ciai-canà (e insomma una casa da tè), dove ho discusso con un Predrag della catena cosmopolitismo-nazionalismo-imperialismo (e dell'internazionalismo alternativo): al telegramma, invece, ho rinunciato: perché mi accorgo che morire, adesso, non mi serve.